Il luogo di oggi…

Il mattino seguente, ancora prima dell’alba, l’esercito era in movimento. Le Valli Velate erano state tutto sommato una passeggiata, ma ciò che li aspettava dopo le ultime colline sarebbe stato pericoloso quanto il Deserto del Guereb.

   La Terra Madre era conosciuta in tutte le Isole innanzitutto per una caratteristica: i vulcani. Era infatti una terra formata da catene di vulcani attivi che, in passato, avevano dato forma alla penisola sulla quale sorgeva la capitale, 

   Attraversate le colline che segnavano il confine, i soldati si trovarono di fronte a uno spettacolo terrificante quanto magnifico. Un’altissima catena di vulcani, la Pitonessa, come veniva chiamata in tutte le Terre, strisciava fin dove l’occhio poteva vedere, da nord a sud. Dagli enormi crateri circolari sgorgavano incessantemente fiumi di lava e, verso il cielo, cortine di denso fumo nero sembravano vivere di vita propria, contorcendosi verso l’alto, rendendo l’atmosfera irrespirabile. Il tuonare delle continue eruzioni era assordante.

   Centauria si diresse verso i Sette con un’espressione truce. Si avvicinò a Nootau. «Tu sei di qui, giusto?»

   «Sì.» Rispose lui.

   «Come attraversiamo questo luogo?»

   «Prima di tutto dobbiamo spostarci verso sud, verso il mare. Lì la lava si solidifica. Da lì raggiungiamo Sapapahi dove non ci sono vulcani.»

   «Grazie.» Concluse la donna in tono sollevato e ritornò in testa all’esercito.

   «Nainenuk, o come dite voi, la Pitonessa, è pericolosa.» Mormorò Nootau. «Ma Sawantianahak lo è di più.»

   «Sawan-che?» Domandò ridendo Babukar. «Il vulcano più grosso di tutti?»

   «Sawantianahak!» Disse Nootau scandendo la parola. «E no, non è un vulcano.»

   Sharel lo guardò, già sapendo che ciò che pensava l’aveva sentito. Nootau infatti annuì.

   «Ascoltate.» Esordì Nootau. «Il primo passo è affrontare i vulcani. Sarà difficile, ve lo garantisco. Può darsi che rimpiangeremo il deserto. Poi penseremo al resto.»

   «Resto?» Domandò Rocsvad, con voce tremante. «Quale resto?»

   «Rocsvad, sembra quasi strano ascoltare la tua voce.» Proruppe Sharel. «Non possiamo avere paura. Altrimenti sarebbe meglio tornare tutti a casa. Nootau voleva dire che attraversare i vulcani sarà arduo, ma che anche raggiungere Sapapahi non sarà una passeggiata. Adesso muoviamoci!»

   «Se lo dici tu, Sharel. Sembri molto sicura di te.» Mormorò Taikan.

   «Calmatevi tutti.» Intervenne Falx, che li aveva nel frattempo raggiunti al trotto. «Questo paesaggio spaventa anche me, ma dobbiamo superarlo. Nootau sa il fatto suo e ci guiderà sapientemente.» Concluse lanciandogli un’occhiata eloquente.

   Nootau annuì, ma i suoi occhi raggiunsero subito quelli di Sharel che di risposta li abbassò. 

   Falx tornò vicino a Centauria che diede l’ordine di avanzare. Discesero il versante della collina senza mai staccare gli occhi dagli enormi monti incandescenti di fronte a loro. Molti soldati furono tentati di fermarsi.

   Sharel si affiancò a Nootau. «Non possiamo tenere il segreto a lungo. Prima o poi ce la troveremo davanti e tutti ti accuseranno di esserne a conoscenza e di non averne fatto parola.»

   Nootau sembrò riflettere. Poi spronò il cavallo e si diresse in testa, avvicinandosi ai generali. 

   Si sentì Centauria sproloquiare con voce acuta e brusca, poi il silenzio. Nootau tornò indietro, accigliato e con le labbra serrate.

   «Cosa ti ha detto?» Chiese Sharel.

   «Inizialmente mi ha ripreso per non averglielo detto. Ma poi ha detto solo “Ve la vedrete tu e Sharel anche stavolta”.»

   «Che codarda…» Sibilò lei.

   «Te la sei cercata. Ce la siamo cercata. Sono un pazzo io che ti do sempre retta.» Sorrise dolcemente.

   Sharel sorrise di rimando. 
Trovatisi sul fondo di un’immensa vallata, i soldati proseguirono verso sud, tenendo i vulcani sulla destra. Rombi assordanti riecheggiavano ferocemente sulle pareti delle colline delle Valli Velate; due paesaggi opposti divisi da una sola, arida piana.

    Alcune colate di lava raggiungevano la distesa, rotolando lentamente fino ad annerire e a solidificare. Tutt’intorno era ricoperto da grandi ciuffi d’erba gialla e secca e tronchi morti, solo qualche corvo si avventurava in quella steppa.

   Sharel e Nootau rimanevano vicini. A volte si scambiavano qualche occhiata, a volte qualche scarno sorriso. Osservavano continuamente le cime dei vulcani senza riuscire a nascondere la preoccupazione che dava loro sapere quali pericoli dimorassero tra quelle nubi cineree.

   La vallata sembrava non finire mai, ma qualcosa all’orizzonte sembrava diverso dal resto del paesaggio.

   «Il mare!» Urlò una voce.

   «E si vede anche la capitale!» Aggiunse un’altra.

   Nootau osservò in lontananza la penisola e i suoi occhi si strinsero in un’espressione indecifrabile. Sharel gli poggiò una mano sulla spalla, guardando anche lei oltre la prateria che cominciava a scendere verso la costa.

   «Manca poco.» Disse Nootau. «Prima di sera saremo a Sapapahi.»

   Quasi non ebbe finito di pronunciarne il nome, che dalla cima di un vulcano, come se venisse fuori anch’esso dal cratere, uscì qualcosa di simile a un ruggito.

   All’unisono tutti gli occhi si girarono verso il vulcano. Si udì un boato come di terremoto, poi un’enorme colata di lava corse più veloce delle altre giù per il versante e tutti rimasero pietrificati alla vista di quella che sembrava una creatura e non materia inanimata.

   Sui volti di Centauria, Glauca e Falx si alternarono terrore, dubbio e ancora terrore e tutti si voltarono di scatto verso Nootau. 

   L’uomo li raggiunse. Era terrorizzato quanto loro, ma cercò di non farlo notare.

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Il luogo di oggi…

     Quando la mattina dopo salparono, tutti i guerrieri erano certi che avrebbero portato nella memoria per molto tempo quell’isola, per quanto poco l’avessero conosciuta. Erano convinti che non avrebbero più visto niente di simile.

      Alle prime luci dell’alba, l’intero esercito era sulla sponda sinistra del Finto Fiume, di nuovo in marcia. Stavano per addentrarsi nelle Valli Velate, la madrepatria di Taikan. 

      «Sei felice di tornare?» Domandò Falx avvicinandosi all’uomo.

      «Sempre che sia rimasto qualcosa per cui esserlo.» Rispose lui, gelido come sempre.

      Di fronte a loro c’era una distesa di morbide colline verdeggianti, coltivate ordinatamente, a terrazze. Da lontano si potevano distinguere i contadini già ingobbiti a raccogliere i frutti dei loro campi. 

      Imboccarono una strada segnata da due profondi solchi paralleli che la percorrevano interamente, segno del passaggio di molti carri. A destra e a sinistra del sentiero, distese di risaie riflettevano i raggi del sole nascente e già accoglievano le gambe nude delle donne delle Valli, conosciute per i loro canti che accompagnavano da sempre la raccolta del riso. 

      Incorniciata da quel paesaggio rurale, ordinato e pacifico, l’avanzata del bianco esercito dei Predatori non poté passare inosservata; la notizia era infatti già riecheggiata in quasi tutte le vallate e molti abitanti erano accorsi alla via principale, non nascondendo il proprio risentimento.

[…]

     La nebbia avvolgeva le colline e sfiorava i campi, imperlando di piccole goccioline le foglie e gli steli d’erba.

      In lontananza, però, una sagoma nera si stagliò imponente, una figura che nessuno riuscì a distinguere. Taikan, invece, sembrava aver capito e si diresse al trotto verso Centauria e gli altri.

      «È la dimora dell’Imperatore.» Li informò

      «Bene.» Rispose Centauria. «Ci siamo.»

      «Non sarei così entusiasta, fossi in voi, generale. Qui non siamo a Darshan. Penetrare nel Palazzo di Miokai è praticamente impossibile.»

      «Tutto sembra impossibile finché non viene fatto.» Replicò la donna. «Ma grazie comunque per l’avvertimento.»

      L’avanzata continuò finché, aldilà della coltre di nebbia, non videro chiaramente la capitale. Miokai era una città costruita su una collina, sulla cima della quale sorgeva il Palazzo Imperiale, una struttura bianca dai tetti grigi a falde spioventi e curvate verso l’alto. A prima vista era un intricatissimo insieme di edifici, mura e torri che si arrampicavano gradualmente sui versanti della collina fino ad arrivare al dongione centrale, proteso verso il cielo.

      Tutti rimasero incantati dalla magnificenza della struttura, ma i più si domandarono come fosse possibile entrarci.

      «Questa volta i nostri piani devono essere perfetti.» Esordì Furio rivolgendosi ai Sei. «Ho studiato molto l’architettura degli edifici militari e dei palazzi delle Valli Velate. La più importante struttura difensiva del castello di Miokai è il dedalo di stradine che conduce al maschio centrale. Tutto ciò che vedete è stato costruito in modo da portare i nemici che vogliano avvicinarsi al cuore del palazzo in un percorso a spirale, con molti vicoli ciechi. Un labirinto che tiene in trappola per molto tempo e dal quale difficilmente si ha via di scampo.»

      «Parli come un libro, Furio.» Rispose Centauria. «Il tuo aiuto in questo caso sarà preziosissimo.» Aggiunse, lanciando un’occhiata eloquente a Sharel. 

      «Dobbiamo solo capire come sfruttare questa conoscenza a nostro vantaggio.» Intervenne Glauca.

      «Non ci riuscirete.» Taikan mollò le redini e si mise a braccia conserte. «Miokai è proibita. Nemmeno con buone intenzioni è facile entrare.»

      «Potresti entrare tu per primo.» Propose Furio. «Andrai disarmato e grazie al fatto che, a quanto pare, conosci bene il palazzo, potrai fare da ambasciatore senza difficoltà.»

      «Non è una cattiva idea.» Assentì Centauria.

      «È troppo rischioso.» Replicò Falx.

      «Sì, ma è l’unico modo. Tu cosa ne pensi Taikan?»

      L’uomo osservò il palazzo che ormai era perfettamente visibile. «Io ho lavorato al Palazzo Imperiale. Me ne sono andato inventando una scusa, nessuno sa cosa sono ora. Sono l’unico che può entrare senza rischi o quasi.»

      «Bene.» Esclamò Centauria. «Elaboreremo un piano appena sarai di ritorno con una risposta. Non c’è bisogno che io ti dica cosa riferire, vero?»

      «Vero, generale. So perfettamente perché siamo qui.» Riprese in mano le redini e cavalcò verso l’entrata della capitale. 

Il luogo di oggi…

     L’alba arrivò fiammeggiante. L’orizzonte tremolava già sotto il calore del sole. Nell’accampamento la frenesia della partenza era già serpeggiata fra i soldati, già pronti e intenti a smontare le proprie tende e a preparare carri dei viveri e cavalli.

      Quando le ombre si allungavano ancora verso ovest, l’esercito si mise in marcia; i generali e i sette Predatori davanti, la fanteria e la cavalleria al centro, i carri e gli armamenti pesanti in coda.

      Tutti sapevano perfettamente che il peggio doveva ancora arrivare. Il viaggio era appena cominciato e le insidie del deserto erano solo iniziate col vento di quella notte. Solo lui era stato clemente.

      Tra la caserma di Migdal e la città di Darshan non c’era nulla. Le uniche tre oasi del deserto potevano essere raggiunte solo prendendo percorsi diversi, allungando così il viaggio. 

      Sharel però sapeva che alla loro destra, verso sud, c’era il Finto Fiume: era in realtà la spaccatura fra le Due Sorelle, le due immense isole che costituivano il mondo conosciuto. Alcuni, che non avevano mai viaggiato, erano ancora convinti fosse un fiume, altri, più anticonformisti, si ostinavano a definirlo un fiordo. 

      Forse avrebbero incontrato le ire dei padroni locali, ma avrebbero anche trovato cibo e riparo. Sharel decise che doveva dirlo. Immaginava che i generali ne fossero al corrente, ma non capiva perché non avessero scelto quella via.

      Si diresse verso Glauca. «Perché non seguiamo il Finto Fiume?»

      «Perché non siamo sicuri di chi incontreremo. Almeno nel deserto non avremo problemi, se non la sete e il caldo.» Rispose la donna, fredda.

      «Ne sei proprio sicura? Il deserto non è disabitato. Lo sai bene.»

      Glauca aveva capito cosa intendesse la ragazza. «Sono solo leggende, Sharel. In questo momento l’ultima cosa che ci serve è farci prendere dal panico per via di stupide favole. Attraverseremo questo deserto.»

      «A tuo rischio e pericolo, generale. A nostro rischio e pericolo.»

      Sharel ritornò accanto ai Sei, il viso contratto dalla rabbia. Nootau fu il primo ad accorgersene, seguito da tutti gli altri. 

      Accostò il suo cavallo a quello di lei. «Che succede?» Azzardò.

      «Niente.» Troncò subito Sharel.

      «Stiamo sbagliando direzione?» Domandò Furio, piuttosto ansioso.

      «Ho avuto dubbi fin dall’inizio.» Sentenziò Taikan.

      «Siamo nel deserto, credo sia normale perdere la rotta ogni tanto!» Disse Babukar, in tono ottimista.

      Sharel guardava davanti a sé, impassibile.

      «La strada è lunga. Come sopporteremo questo caldo? E l’acqua? Ne abbiamo abbastanza?» Sbottò Rocsvad, abituato a eterni ghiacciai e nevicate quasi ininterrotte.

      «Ascoltate.» Li interruppe Nootau. «Sharel è solo andata a chiedere come saranno controllati le marce e il riposo. Tutto qui.»

      Sharel lo guardò confusa. Non sapeva delle sue preoccupazioni, ma alla fine apprezzò il suo tentativo di tranquillizzare gli uomini. Sperò solo che le voci non sarebbe corse troppo in fretta. Fece cenno a Nootau di seguirla e si appartarono, continuando a marciare.

      «A sud c’è il Finto Fiume. Lo conosci?» Domandò Sharel.

      «Sì, certo, ho dovuto attraversarlo per arrivare fin qua.» Rispose lui.

      «Dovremmo seguirlo e poi virare a est, verso Darshan. Avremmo acqua a sufficienza, cibo, riparo nei paesi sulla riva. Non capisco perché attraversare il deserto rischiando di perdere molte donne e uomini, quando possiamo proseguire fiancheggiando l’acqua e poi raggiungere la città.»

      Nootau comprendeva finalmente i dubbi di Sharel. Non conosceva quei luoghi, ma poteva immaginare quanto fosse pericoloso il deserto. 

      «Non è disabitato come crede Glauca. E non sto parlando di predoni o carovanieri poco amichevoli.» Il suo tono era eloquente.

      «Stai parlando di altro… giusto?»

      «Sì.»

Il personaggio di oggi…

La luce si rifletteva anche sul volto dell’altra persona, un uomo vestito di scuro, con lunghi capelli bianchi e la carnagione diafana. Camminava solennemente, con corti passi. Teneva le mani sottili giunte di fronte al petto. Il suo viso, smunto e spigoloso, aveva un’espressione indecifrabile. Fece un leggerissimo gesto con la mano destra e il capitano dei Metabelva e gli altri tre afferrarono violentemente i sei Predatori, puntando le loro spade contro le loro gole, lasciando a terra Sharel, che in quel momento aveva schiuso gli occhi.                                                                                            La donna ebbe un tonfo al cuore. Sentì un ronzio nelle orecchie e la gola sembrava volesse chiudersi da un momento all’altro. L’uomo si fermò di fronte a lei. Fece cenno al suo braccio destro di avvicinarsi e gli indicò la donna. Subito la creatura obbedì, prendendola in braccio. Nootau si lasciò sfuggire un ruggito, dimenandosi invano tra le braccia di uno dei soldati. Esso teneva anche Babukar che in quel momento reclinò la testa svenuto. Il suo sangue colava lungo il braccio e la gamba del Metabelva, formando una piccola pozza a terra. Il re lo vide e ordinò alla creatura di lasciarlo cadere. Esso obbedì, limitandosi ad aprire il braccio sinistro, lasciando l’enorme corpo nero di Babukar afflosciarsi rumorosamente a terra.                                                      Il re spostò lo sguardo su Sharel, sfoggiando un sorriso amorevole. Le carezzò i capelli impolverati, osservandola senza che i suoi occhi cambiassero espressione. Nemmeno un sopracciglio si mosse.             Sharel lo guardò di rimando, confusa. Lo sguardo dell’uomo, rassicurante e dolce, sembrava stonare di fronte all’immagine dei suoi compagni catturati e feriti. Il re non sembrò notare la cosa e seguitò ad accarezzarla, sempre sorridendo.

Il personaggio di oggi…

“Falx le afferrò entrambe le spalle con forza. <<Non è semplice, lo so, ma quando qualcuno ha queste doti non può far finta di essere come tutti gli altri e cercare ogni giorno di conviverci e di celarle. Tu sei diversa e qui hai l’opportunità di mostrarti agli altri così come sei, senza più nasconderti. Hai la possibilità di diventare una guerriera imbattibile e di unirti a noi contro le ingiustizie e le oppressioni. Uccidere non è un gioco, ma se fatto per un bene superiore diventa un gesto eroico e nobile. Noi combattiamo ogni giorno per questo e puoi farlo anche tu.>> Le alzò il viso e la guardo negli occhi. Lei fece lo stesso. <<Hai scelto di stare dalla nostra parte. Hai dimostrato di avere una potenza rara, se non unica. Non puoi tornare indietro. Non puoi private i Predatori di un bene così prezioso.>>”

Il personaggio di oggi…

“<<Gli amici bisogna guadagnarseli.>> Replicò Rocsvad balzando in piedi. <<Tu non fai altro che provocare, sbeffeggiare e insultare tutti noi, il nostro generale compreso, e pretendi di avere degli amici. Ti credi superiore e fai di tutto per continuare a dimostrarlo. Ti sei comportata in modo riprovevole in tantissime occasioni, disubbidendo agli ordini, sottovalutando le opinioni degli altri, difendendo chi non doveva essere difeso, tradendo. Ora cosa ti aspetti da noi? Che ti idolatriamo solo perché sei invulnerabile? Solo perché in battaglia sei molto forte? Diccelo, cosa vuoi da noi. Facci capire a che gioco stai giocando e noi faremo il nostro mosse.>> Si avvicinò a lei. <<Ricordati, però, che non siamo degli sprovveduti e che non ci faremo sottomettere da te. Scegli bene chi farti nemico, perché potresti pentirtene.>>”

Il personaggio di oggi…

“<<Sappi che non farò nulla per farti uscire. Meriti di stare in questo buco il più lungo possibile, tanto da dimenticare la voce delle tue figlie.>>                    <<Non puoi abbandonarmi, Furio! Io devo pagare, ma vi voglio bene, lo sai!>>                                         <<Tu non sai cosa voglia dire quella parola. Ti rendi conto di dove sono state costrette a vivere Audora e Aurella? In un bordello, padre, in un bordello! Quello che frequentavi tu prima e dopo la morte della mamma. Proprio quello. Audora aveva già iniziato a… a guadagnare soldi per mantenere la piccola. Per fortuna ancora troppo piccola. Sono andato a prenderle e le ho portate via. Le ho salvate dal destino a cui il loro sciagurato padre le aveva costrette. Sappi che una volta uscito di qui ti aspetterà una pena ben peggiore. Hai già perso un figlio qualche istante fa e perderai anche loro e non ti rimarrà più niente.>> Lo fissò ancora un attimo poi uscì. Il grande portone si aprì e oltre un muro di pioggia rendeva invisibile la vallata.”